Sempre nel Castello di Saché, guardando i lavori di Balzac custoditi nelle vetrinette, ho riflettuto sul piacere di inventare storie, ma anche sul lavoro meticoloso di creare frasi per trasmettere il proprio pensiero limando gli angoli se troppo aguzzi o vulnerabili e incentivando la loro esistenza qualora portino un messaggio migliore, più incisivo.

Trovato il titolo di questo articolo ho sorriso. Ridere non sarebbe stato carino e nemmeno si poteva sperare di spacciarlo per licenza poetica. Di sghignazzare nemmeno a pensarlo. Eppure mi è venuto spontaneo dopo aver traslato l’ispirazione tratta dal lavoro di Balzac a un articolo mio.

Lavorare con le parole lasciando che le idee si formino per poi catturarle e trattenerle con l’inchiostro. E lì lavorare di cesello, a lungo, con pazienza – ah, che bella parola ormai né usata né conosciuta.

Avere un pensiero, magari confuso, oppure nitido, ma realizzare che sulla carta non rende, non esce il cuore di ciò che abbiamo pensato, né l’essenza di ciò che vogliamo creare. Consultare un vocabolario, buttare un occhio ai termini scelti e alla loro etimologia – perché talvolta scoprire l’origine di una parola rende lapalissiana una scelta linguistica – richiede tempo però regala anche la sensazione di avere un work in progress importante che potrebbe arricchire il lettore non soltanto l’autore. Maneggiare le parole, formare frasi, cancellarle per ricomporle in modo diverso ritengo che valorizzi il mio tempo perché a ogni cancellatura io penetro nel messaggio, lo faccio mio e quindi getto le basi per costruire qualcosa di migliore oppure per ancorarmi e scendere in profondità.

Quest’ultimo paragrafo porta sotto la luce del mio riflettore personale il connubio fra letteratura e narrativa che…beh, di questo parlerò prossimamente.

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