Nella stesura di un romanzo c’è un periodo che chiamo del mio potere. È l’intervallo fra l’incipit e il momento delle ricerche, anche se la sua durata è variabile.

Quando inizio a scrivere non ho un piano, scrivo e basta. Decido io se i personaggi sono in una cucina o in un giardino. Ascolto il lavorio della mia mente e capto ciò che arriva poi stabilisco – razionalmente – se ci sono sedie di vimini o di ferro, se il protagonista ha i capelli rossi o ricci. Più che delineare personaggi, ambienti e trama, fornisco un abbozzo, qualche tratto per creare una cornice fissata sulla carta attraverso le parole. A questo punto ho bisogno di avere fotografie quindi sfoglio riviste, mi guardo in giro e prendo nota. Nel frattempo, però, la creazione procede. E decido sempre io!

Adesso, con davanti il volto dei personaggi – con i quali porto avanti conversazioni mentre cucino o sistemo casa – e le fotografie dei vari ambienti, la storia ha una propria base. Ho, magari, iniziato a fare ricerche in sordina perché non ho ancora chiaro chi fa che cosa, né dove lo fa. Però la trama viene decisa da me. Io scelgo dove va la protagonista, chi incontra e che cosa dice a suo marito. Mi diverto. Mi sento la padrona delle pagine che si accumulano nel computer.

Poi tutto finisce. Arriva un giorno in cui mi siedo alla tastiera convinta di manovrare tutti come un burattinaio, ma ecco la sorpresa. Ciò che esce e va a colorare la pagina, parola dopo parola, è indipendente da me. I personaggi acquistano vita propria, io smetto di mettere in campo il mio potere e seguo ciò che succede con la fortuna di essere in prima fila allo spettacolo della creazione. Accendo il computer e muovo le dita sulla tastiera per scrivere, ma anche per scoprire che cosa succederà nel capitolo successivo.

Perdo il mio potere, ricevo una storia. Sì, perché questo è il momento in cui capisco che ciò che ho creato funziona. Allora intensifico le ricerche, faccio mappe e schemi, cerco foto, ma non decido poi molto, semplicemente ascolto e scrivo.

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