Non voglio scrivere il classico augurio, ma realizzo che non è facile sfuggire alla banalità.

Se penso alla Festività di oggi mi chiedo quanto sia sentita come momento di riflessione spirituale più che come speranza di stupire e sbalordire nel far aprire i regali sotto l’albero.

Quanti di noi hanno meditato sul momento di passaggio, in questi giorni, dal buio alla luce, attraverso il Solstizio? Quanti hanno ponderato il significato del Cristo che si fa uomo? Non voglio entrare in dispute o polemiche religiose, ma parlare di spiritualità e questo mi sento di sottolinearlo per far sì che sia chiaro.

Forse l’aspetto che porta ognuno di noi oltre, in quella dimensione non tangibile che ci mette in comunicazione con il Divino – con l’Universo, con il Destino, con il Creato, con…qualsiasi aspetto ognuno senta proprio, in grado di far vibrare le corde più profonde dell’Anima – non si trova recapitato in carta regalo, ma sotto strati di quotidianità vissuta all’insegna della cecità. Esplodere con innumerevoli “Buon Natale” e poi chiudere il tutto in un angolo sepolto da pranzi luculliani (chiariamo, anch’io oggi pranzerò alla grande) e addobbi straordinari, da regali spesso inutili e pesanti da cercare e da trovare, non porta niente a nessuno, soprattutto non apre la strada di una nuova consapevolezza.

Oggi, prima che il giorno termini, fermiamoci dieci minuti da soli, accendiamo una candela e tratteniamo su un pezzo di carta emozioni e sensazioni legate alla luce, ai momenti di passaggio, al nostro percorso spirituale. Pensiamoci. Potrebbe essere già un passo avanti rispetto a tanti altri Natali.

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