Altro spunto di riflessione derivato dalla lettura de “L’arte del romanzo” di Milan Kundera. Tutto è partito da queste sue parole

“La polifonia romanzesca? Diciamo innanzi tutto qual è il suo opposto: la composizione unilineare. Ebbene, fin dall’inizio della sua storia, il romanzo tenta di sfuggire all’unilinearità e di aprire delle brecce nella narrazione continua della storia”

Paragonare un romanzo alla polifonia musicale? Mi è piaciuta l’idea perché mi ha regalato la possibilità di spaziare, di uscire dai confini del lavoro di scrittrice per approdare ad altri mondi. Collegamenti, sintesi, arricchimenti. Tutto quanto mi permette di ampliare il mio bagaglio culturale e professionale mi interessa così seguo il filo che mi viene proposto per raccogliere ulteriori informazioni, conoscenze, abilità e competenze.

Ritornando alle parole di Kundera mi sono interrogata per capire se anche i miei lavori li posso far rientrare nella polifonia romanzesca. La risposta è che, come mi è accaduto in più di un’occasione, mentre lavoro con le parole per creare trame, dipingo con tratti brevi, ma efficaci, un ambiente, presento un personaggio cercando di approfondire il più possibile la sua personalità, non mi pongo l’interrogativo di che cosa uscirà. Non pianifico ogni pagina scritta attorno a una possibile analisi volta a rintracciare elementi di teoria della narrazione. In realtà, alla teoria sottesa allo scritto, non penso proprio. Inizio a scrivere e per farlo creo personaggi, ambienti, situazioni. Entro nella storia, affronto conversazioni mentali con protagonista & Co. Della teoria mi occupo quando voglio approfondire un aspetto (il libro “ The writers method” di Angelo Roma, a esempio, mi ha aiutata molto per riuscire ad approcciarmi ai personaggi in maniera diversa, più completa), ma poi davanti alla pagina bianca non progetto un lavoro basato su una mappa che comprenda gli elementi del romanzo, o del racconto breve.

Spesso quindi mi accorgo di aver inserito un aspetto particolare soltanto dopo averlo fatto e soprattutto se qualcuno porta la mia attenzione su di esso. Mi è capitato, a esempio, quando la mia mentore, alla fine di “Risalire la china”, ha parlato del libro come di una fiaba moderna. Il mio primo pensiero è stato “Io ho fatto questo? Davvero? Wuau” e mi sono complimentata con me stessa dandomi una pacca sulla spalla. E lo stesso stupore lo raccolgo durante le presentazioni dei libri. Per “Serendipity” – come per gli altri del resto – non ho detto a nessun moderatore di puntare l’attenzione su questo o quel particolare e ogni serata è risultata unica perché ognuno, leggendo il romanzo per preparare interventi e domande, vedeva aspetti diversi e coglieva dettagli differenti. Questo capita per ogni autore, io credo. L’analisi che viene fatta sulle opere dei grandi scrittori è limitata dal punto di vista di chi la fa. E questo mi fa pensare che io come autrice ho senza alcun dubbio delle intenzioni, degli obiettivi quando mi metto a scrivere, ma poi nel momento di una eventuale analisi, entrano in gioco i vissuti di chi analizza.

Ritornando a Kundera mi chiedo se sia davvero così importante scrivere pagine e pagine su un tema rintracciabile all’interno di un lavoro letterario. Non ho dubbi che qualcosa di interessante si impara sempre, ma talvolta la cosa migliore è lasciare il lettore libero di godersi un libro senza infarcire l’azione di rimandi a intenti teorici che magari nemmeno erano nell’animo e nella mente dell’autore. Certo, nel caso del libro “L’arte del romanzo” è lo stesso Kundera a parlare e ad analizzare il proprio lavoro, spronato dalle domande di Christian Salmon, ma sono sicura che ogni scrittore abbia un proprio intento, un proprio modus operandi. Peccato che ai lettori arrivino spesso soltanto le voci dei “famosi”. Almeno fino a questo articolo.